Che cosa ha inventato Leonardo da Vinci?

30 Nov

Conosco la via per vincere gli assedi, scavare tunnel e canali o sbriciolare le fortificazioni. Ho ideato bombarde maneggevoli che lanciano proiettili a somiglianza di una tempesta. Se non basteranno le bombarde, farò catapulte, mangani, baliste e altre efficaci macchine da guerra, ancora in modo innovativo. In caso di battaglia’ sul mare, conosco strumenti di difesa e di offesa, e so fare navi che resistono a ogni tipo di attacco. In tempo di pace, sono in grado di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’architettura, nell’edilizia pubblica e privata e nel progettare opere di canalizzazione delle acque. So realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e terracotta, e opere pittoriche di qualsiasi tipo».

Così Leonardo da Vinci descrive ciò di cui è capace in una lettera inviata nel 1482 a Ludovico il Moro, signore di Milano. Mente raffinatissima, curioso di tutto, è anche un abile manipolatore. Quando si descrive esperto di ingegneria bellica e civile, non è del tutto sincero. Lo fa perché sa che cosa piace al signore a cui offre i suoi servigi. Appena trentenne, è già un pittore affermato, ma è in cerca di nuovi stimoli, come ben illustra il documentario di Luca Lucini e Nico Malaspina Leonardo da Vinci. Il genio a Milano, da poco uscito nelle sale cinematografiche di tutto il mondo. 117 anni trascorsi nella città lombarda, il soggiorno più lungo nella sua vita professionale, sono la chiave della sua maturazione artistica. Qui dipinge La Vergine delle rocce e alcuni dei ritratti di donna più famosi. E nel refettorio di Santa Maria delle Grazie darà il via intorno al 1495 alla sua fatica più importante: il Cenacolo.

Al centro della movída di allora

«Di tanto in tanto, in un modo che pare trascender la stessa Natura», scrive di lui lo storico cinquecentesco Giorgio Vasari, «una singola persona si mostra come pienamente dotata dal cielo di bellezza, grazia e talento in tale abbondanza che lascia tutti gli altri uomini molto indietro a lui… questo era vero per Leonardo da Vinci, dotato cli una straordinaria bellezza fisica e che ha donato di grazia infinita tutto ciò che faceva, che ha coltivato il suo genio così brillantemente che tutti i problemi che ha studiato sono stati risolti con facilità».

In effetti, quando arriva a Milano, Leonardo non è il vecchio con la barba bianca del famoso autoritratto. Sempre secondo il Vasari, è un conversatore brillante che affascina Ludovico il Moro e la sua corte. «Alto e prestante, portò brio alla vita serale milanese, la prima movida», spiega il critico d’arte Philippe Daverio in un’intervista concessa a il giornale. «In questo contesto scoprì i suoi peculiari cromatismi, fatti di grigi e di brume, anticipando lo stile di Armani. Dicono che li abbia imparati in Lombardia, ma li aveva già nelle sue prime esperienze toscane, poi in pianura li ha sviluppati. Per quello che ha fatto in città dovrebbe chiamarsi da Milano, altro che da Vinci».

Ha inventato gli effetti speciali

Leonardo, nato il 15 aprile 1452, era il figlio primogenito di un ricco notaio e di Caterina, una donna di estrazione sociale inferiore con la quale il padre aveva avuto una relazione illegittima. Della sua infanzia trascorsa nella casa paterna di Vinci non si sa molto, tranne che ebbe un’educazione discontinua. Presto aveva mostrato però una grande abilità manuale e un’attitudine al disegno, tanto che il padre l’aveva mandato giovanissimo a fare esperienza nella bottega fiorentina dell’artista Andrea del Verrocchio. «Tipo bizzarro, era poco incline allo studio: masticava un latino approssimativo, non sapeva nulla di matematica, ma era uno sperimentatore geniale», racconta Daverio.

Una qualità che, assieme al grande interesse per la meccanica, trova applicazione a Milano. E non solo per i suoi innovativi marchingegni bellici. Benché nel curriculum presentato a Ludovico il Moro avesse magnificato le sue capacità di ingegnere militare, Leonardo non disdegna affatto di impegnarsi come scenografo e musico nell’organizzazione delle feste di corte, riscuotendo grande successo per gli stupefacenti effetti speciali. Memorabile è la Festa del Paradiso, indetta per il matrimonio di Gian Galeazzo Sforza con Isabella d’Aragona nel 1490: uno spettacolo che mescola attori a complessi dispositivi meccanici e riproduce i movimenti della Luna, dei pianeti e delle stelle.

Il Cenacolo: gioia e tormento

«Solea andar la mattina a buon’ora a montar sul ponte, perché il Cenacolo è alquanto da terra alto; soleva, dico, dal nascente sole sino a l’imbrunita sera non levarsi mai il pennello di mano, ma scordatosi il mangiare e il bere, di continovo dipingere. Se ne sarebbe poi stato dui, tre e quattro dì che non v’avrebbe messa mano e tuttavia dimorava talora una o due ore del giorno e solamente contemplava, considerava ed esaminando tra sé, le sue figure giudicava». Così Matteo Bandello, il nipote del priore del convento di Santa Maria delle Grazie, descrive il grande maestro all’opera nel refettorio dei frati per realizzare un’importante commissione di Ludovico il Moro: raffigurare su una parete l’ultima cena di Gesù. Leonardo è un genio incostante, che alterna momenti di febbrile alacrità a fasi di inattività.

La classica tecnica dell’affresco non gli è congegnale perché richiede un’esecuzione rapida e lui invece è pieno di ripensamenti e ama apportare continui ritocchi. Gli serve dunque un metodo di lavoro che gli conceda il controllo sul tempo e così ne sperimenta uno che avrà disastrose conseguenze. Decide cioè di usare una tecnica mista a olio e a tempera d’uovo che gli permette di ottenere effetti pittorici particolari. Ma il composto, applicato sulla preparazione a gesso secco, è incompatibile con l’umidità dell’ambiente e della parete e non aderisce bene al muro. I difetti appaiono presto evidenti: a opera appena finita, inizia un processo di disgregazione che continuerà inesorabile. I maldestri tentativi di intervento succedutisi nei secoli peggiorano la situazione, alterando la composizione originaria.

Solo nel 1977 si deciderà di riportare alla luce il vero Cenacolo, con il più grande progetto di restauro mai tentato su un’opera d’arte. Un lavoro paziente durato 22 anni che la responsabile del progetto Pinin Brambilla compie centimetro per centimetro, servendosi persino di un microscopio. Si scopriranno così le vere sembianze degli apostoli e curiosi particolari, come il buco di ti i chiodo nella testa del Redentore:  Leonardo aveva appeso i fili per stabilire il punto di fuga e definire la prospettiva di tutta la scena.