Come trasformare un fallimento in successo

28 Ago

Un colloquio di lavoro fallito, una bocciatura, l’esclusione dagli amici: essere rifiutati fa male, ma possiamo farne il nostro trampolino di lancio verso il successo. Come? Leggetelo qui

Il successo è passare da un fallimento all’altro senza stancarsi mai. Lo ha detto Winston Churchill, primo ministro del Regno Unito durante la Seconda guerra mondiale e poi dal 1951 al ’55. Grande statista, intelligente stratega e abilissimo oratore, Churchill è stato uno dei politici più potenti dell’era moderna. Ma la sua vita non è contrassegnata soltanto da successi, soprattutto in gioventù. A scuola fu bocciato nel passaggio a una classe delle superiori e poi, terminati gli studi, perse ogni concorso da funzionario pubblico a cui partecipò. Pronto per intraprendere la carriera politica a 25 anni, non fu eletto. Ma non si diede per vinto e riuscì a entrare in Parlamento l’anno successivo. L’esperienza del primo ministro britannico insegna che avere successo, realizzare i propri sogni o riuscire a portare a termine un progetto è un percorso a ostacoli, che riusciamo a compiere fino alla meta solo se sappiamo trarre energia e nuova spinta proprio dai fallimenti. Certo, non senza dolore.

Come una ferita

Lo psicologo clinico newyorkese Guy Wich, autore di numerosi libri sul rifiuto, il fallimento e la forza interiore che aiuta a superarli, afferma: «Essere rifiutati o fallire ha sempre un impatto sulla nostra psiche: fa male perché colpisce la nostra autostima». Ma non solo. Il trauma psicologico conseguente a un rifiuto lascia un segno tangibile. «Analizzando il cervello di alcuni volontari con la risonanza magnetica funzionale, una tecnica con immagini che fornisce una mappa delle aree cerebrali, si è visto che quando i soggetti subiscono un rifiuto, attivano nel cervello le medesime aree cli quando provano un dolore fisico. Ecco perché il rifiuto è come una ferita dal punto di vista neurologico», spiega lo psicologo.

L’analgesico delle emozioni

Un altro studio di ricercatoti del Dipartimento di psicologia dell’Università del Kentucky, negli Stati Uniti, ha dimostrato che gli antidolorifici attenuano la risposta cerebrale al dolore emotivo analogamente a quello fisico. Alcuni volontari hanno assunto del paracetamolo,’uno dei più noti analgesici, mentre altri soltanto un placebo (una compressa di zucchero). Successivamente i due gruppi sono stati invitati a ricordare e raccontare un’esperienza negativa della loro vita basata su un rifiuto ricevuto da qualcuno o dalla società. I soggetti che hanno assunto l’antidolorifico hanno provato molto meno dolore emotivo, misurato con la risonanza magnetica funzionale, rispetto a quelli che hanno ricevuto il placebo.