L’arte fotografica di Bettina Rheims

16 Nov

Un volume di 500 fotografie e due mostre celebrano 35 anni di lavoro di Bettina Rheims: donne famose e modelle per caso che esibiscono il mistero della fisicità. Ogni scatto per questa artista è un po’ un autoritratto.

Fotografare, per lei, è come una danza. “All’inizio sei incerto, non conosci i passi, pesti i piedi del partner. Ma poi, pian piano, inizi a sentire la musica, a lasciarti andare, a muovere il corpo in armonia con l’altro. Ed è a quel punto, e solo a quel punto, che nasce lo scatto perfetto”. E questa l’immagine – venuta fuori tra una boccata e l’altra del fumo di una sigaretta nel corso di una lunga telefonata dal suo studio di Parigi – che Bettina Rheims usa per descrivere il suo lavoro.

Un lungo viaggio attorno al mistero della femminilità, al sesso, all’amore, alla morte e al desiderio, oggi raccolto nella monografia appena pubblicata da Taschen. Più di 35 anni, oltre 500 fotografie, molta pelle nuda, un numero infinito di donne, da Madonna a Monica Bellucci, da Sharon Stone a sconosciute fermate per strada, sfacciatamente esibite, spudoratamente svelate, appassionatamente guardate. Dietro le pagine c’è un percorso doloroso e complesso, affrontato (insieme all’art director Patrick Remy) scavando in un archivio di migliaia e migliaia di scatti. Due anni di lavoro nel corso dei quali una lunga scia di piccole stampe ha cominciato ad allungarsi, «come un serpente», sulle pareti dello storico studio del Marais dove Bettina crea, rivela e cuce attorno al corpo delle sue muse una trama complessa di evocazioni e racconti, fino ad arrivare alla selezione finale. Insieme alle foto sono emersi dalle scatole della memoria frammenti, liste e appunti (raccolti nel volume Diaries, pubblicato da Taschen insieme alla monografia) che ricostruiscono la storia di una vita vissuta con l’intensità di un’opera d’arte. O di un brano punk-rock. Una nonna materna di cognome Rothschild, un padre,

Maurice Rheims, celebre esperto d’arte e irriducibile playboy, un’educazione alla bellezza coltivata fin dalla prima infanzia, un’adolescenza ribelle passata a nascondersi in camera oscura. La breve avventura da modella, gli amori, i viaggi, l’amicizia con il mentore Helmut Newton. E poi un dolojk sottile e tagliente che ha finito per scavare solchi profondi e orientare il suo sguardo. «Mio padre amava tutte le donne, tranne sua figlia. Non faceva che ripetermi quanto ero brutta. Quando ho cominciato a fotografare le donne, l’ho fatto per compiacerlo».

Le prime, nel 1978, sono le spogliarelliste di Pigalle, che Bettina dirige in shooting casalinghi senza luci di scena e con la propria camera da letto come set, nella serie Suippers. Poi, col tempo, ne arriveranno molte altre: dalle celebrità, che si concedono al suo obiettivo senza riserve né timidezze, agli incontri casuali di Chambre Close, progetto (realizzato a quattro mani con lo scrittore Serge Bramly, suo primo marito) per il quale invita ragazze incontrate per le strade di Parigi a seguirla e a spogliarsi per lei, in una camera d’albergo. Parigi, la città-musa che Rheims non vuole lasciare nemmeno quando negli anni 90 le viene offerto un sontuoso contratto nell’editoria a New York, è teatro anche di un’altra delle sue serie più note: Rose, c’est Paris, un noir surrealista che mescola Man Ray e Caravaggio, Jean-Luc Godard e Dashiell Hammett. Ancora un racconto al femminile ma, soprattutto, un altro atto d’amore verso la città che nutre più di ogni altra l’immaginario della fotografa. ogni scatto è l’occasione per fermarne uno scorcio, per ritagliarne un angolo imprevisto, per aprire uno squarcio nei muri consentendo l’accesso a interni segreti, letti sfatti, stanze sature di fumo in cui si sussurrano inconfessabili segreti. Le sue donne, intanto, bellissime e crudeli, lasciano aprire l’impermeabile sui corpi nudi e perfetti, rivelano il pallore abbagliante della pelle e il dolore celato dietro al trucco della sera prima.
Ecco cosa intende, Bettina, quando dice: «L’erotismo non mi interessa. Mi interessano le emozioni, e le emozioni possono essere anche sensuali e sessuali». Il desiderio, per lei, è prima di tutto un percorso della mente: «Apro la porta alle fantasie della gente, ma non le indirizzo mai completamente. Ognuno può costruire la storia che vuole partendo dalle mie foto. Io non dò risposte, suggerisco domande». È l’ambiguità, infatti, l’anima dei suoi scatti. Che ritragga eroine in guépière («le mie donne sono potenti, coraggiose, ironiche, anche quando giocano a sottomettersi») o le enigmatiche creature della serie Gender Studies: corpi, espressioni e gesti che alludono a una sessualità contemporanea, mescolando fragilità maschile e potenza femminile, sfuggendo alle definizioni di genere e negando ogni certezza all’occhio di chi guarda. «Il mio modo di lavorare somiglia a quello di un pittore, o di un regista», dice lei. «Quando arrivo allo studio per uno shooting, il set è pronto, la modella è vestita e truccata, le luci sono in posizione. Tutto è perfetto. A quel punto, il mio compito è rompere quella perfezione. Spingere verso il superamento del limite. Altrimenti, vengono fuori solo foto “carine”». Quale limite le resta ancora da superare? «Non lo so», risponde lei. «Ma so che più guardo i corpi degli altri, più conosco me stessa. ogni mio scatto è un autoritratto». Di sicuro, allora, Bettina Rheims non ha ancora finito di conoscersi. Il suo mistero continua a rinnovarsi. «Quando l’avrò svelato del tutto, vorrà dire che sarò arrivata alla fine del viaggio».