Lavoro e stile di vita a Zanzibar

18 Lug

Gli abitanti di Zanzibar approfittano della bassa marea per coltivare delle alghe particolari, alghe che poi venderanno a commercianti filippini che a loro volta le utilizzeranno per farne dei prodotti per l’estetica, creme per il viso, saponi, oli per massaggi e tanto altro. La cosa è molto curiosa ed è per questo che sarebbe opportuno fare una visita all’unica azienda autoctona che da qualche anno si occupa direttamente della loro trasformazione in prodotti di bellezza.

Si tratta di una vera rivoluzione se si pensa che ancora oggi su gran parte dell’isola queste alghe vengono vendute a soli 25 centesimi di dollaro al chilo. Arrivati alla piccola factory veniamo subito colpiti dall’atmosfera serena e gioiosa nella quale si svolge il lavoro. Sono per la maggior parte donne, mamme che hanno deciso di formare una piccola cooperativa finalizzata appunto alla trasformazione diretta delle alghe. All’entrata si troverà un ragazzo molto gentile pronto a mostrare l’azienda; all’interno c’è in uno stanzone dove le signore, tutte rigorosamente vestite con un largo grembiule blu e in testa un fazzoletto dello stesso colore, confezionano dei pacchetti. Il ragazzo racconta che si tratta di sapone e di piccole boccette con oli essenziali per il massaggio e la cura della pelle. Nella stanza accanto si possono vedere dei pentoloni e un fornello dove le alghe, precedentemente essiccate e tritate, vengono fatte bollire per poi essere macerate e trattate con essenze di citronella, zenzero oltre che con cera purissima per farne delle saponette. Più che un laboratorio sembra la cucina di un ristorante, le pentole sono le stesse che usiamo per far bollire la pasca, solo di dimensioni maggiori, e anche i fornelli danno la stessa impressione.

La pulizia è impeccabile, un vero e proprio laboratorio svizzero, ogni essenza è catalogata con meticolosità e i prodotti vengono trattati solo con guanti in lattice. Uscendo viene mostrato l’essiccatoio, un piccolo spazio recintato coperto con una lastra di vetro ed esposto al sole, dove le alghe, una volta raccolte e prima di essere avviate alla trasformazione, vengono lasciate per circa una settimana. La visita finisce con saluti e abbracci come se ci si conoscesse da sempre, non prima però di aver acquistato saponette, oli, profumi e creme.

Al ritorno è possibile notare in lontananza delle luci che si poggiano sulla spiaggia e una musica provenire dallo stesso punto. Man mano che ci si avvicina il suono aumenta, finché, quasi senza accorgercene, ci si troviamo in una specie di balera dove si balla al ritmo di musica dal vivo. È un’atmosfera irresistibile e, anche se siamo gli unici stranieri e gli unici bianchi, finisce che ci si trovia tutti coinvolti nelle danze fino a tarda notte. Dopo un sonno ristoratore e una colazione a base di mango e papaya ci si lascia coinvolgere in una visita all’isola delle mangrovie, grandi piante con le radici che affiorano fuori dall’acqua, regno incontrastato di paguri e granchi giganti. È un’atmosfera surreale che lascia senza parole, un tassello in più a segnare l’unicità di quest’isola. Resta ancora tanto da vedere, Prison Island, famosa per le sue tartarughe giganti, la foresta delle scimmie rosse, l’isola di Chumby poggiata appena a ridosso del reef, dove la fauna e la flora subacquea sono ancora del tutto incontaminate, e l’isola che non c’è, una lingua di sabbia bianchissima che affiora solo per poche ore per poi sparire di nuovo nel blu con l’alta marea. È notte ormai, guardiamo l’orologio, unico riferimento che ci rimane del tempo che scorre, un tempo che per un po’ è stato segnato solo dal ritmo delle maree. È stato come un lampo, il mare, le alghe profumate, le spezie, la disponibilità della gente, tutto questo resterà nel cuore. Come l’immagine delle vele che al tramonto rientrano a Stone Town, mentre noi della vecchia Europa sorseggiamo un aperitivo sulla terrazza dell’African House.